Sul pullman n. 1

Il balzare del pullman sulle buche della strada rendeva frenetico il susseguirsi delle immagini oltre i finestrini. L’autista, un quarantenne in allegro sovrappeso, con occhi vispi e azzurri sotto una chiara e pronunciata calvizie, emetteva aneddoti ambigui e rumorosi, per la gioia di due succinte ragazze poco più che adolescenti. Dietro di lui un uomo di mezza età provvisto di cappello di paglia e buste della Coop sfogliava un quotidiano. Anche gli altri viaggiatori occupavano il tempo in qualche modo.

Ero partito il giorno prima dalla capitale, diretto verso il mio passato. Un po’ come fan tutti, avevo impiegato delle settimane per convincermi a partire. Quindi avevo chiesto le ferie, acquistato i biglietti e prenotato i pernotti. E poi, il giorno stabilito, ero uscito di casa, dirigendomi verso la stazione.

Il sentimento che aveva mosso la mia indole pigra a compiere quel viaggio era indefinibile, come il grigio residuo dello smog sul travertino dei palazzi del centro. Erano settimane ormai che percepivo un’inquietudine sottile, un senso di incompiutezza e di vuoto. Più spesso del solito i dialoghi interni rapivano la mia coscienza e la tenevano sotto sequestro negli spazi angusti del dubbio. Temporali di domande scrosciavano dentro di me, come piogge acide.

E poi eccomi qua, in un torrido e accecante giorno estivo seduto su un pullman che non avevo mai preso prima, in mezzo a gente sconosciuta, orientato verso una meta che forse non esiste.

Oltre il finestrino, la caligine del meriggio estivo immobilizzava nelle sue tenaglie roventi l’intera vallata. Il cielo era di un celeste sbiancato, soporoso. Il fieno, paralizzato nei campi, attendeva arreso la benedizione della falce. Deserte e bianche apparivano da lontano le strade, come corde lacere dimenticate nelle campagne. I casolari, i magazzini, le case pullulavano di ombrosi e microscopici nascondigli, ove le forme di vita meno temerarie cercavano il conforto di un’aria fresca che sfuggiva. Gli altri, gli arditi, vagavano nel mondo, cercando dentro un boccone rubato il segreto del loro coraggio.

Che cosa cercassi di preciso non ero e non sono ancora in grado di spiegarlo. Ricordo a malapena quando i miei genitori decisero di lasciare il paese, vinti da un destino ingeneroso per cercare fortuna in città. I legami affettivi erano già stati recisi da spiacevoli disgrazie. Io avevo 4 anni. Da quel momento il passato era diventato un tabù nelle conversazioni familiari.

E mentre il mondo là fuori sfilava come una processione di destini, io aprii lo zaino e ne trassi fuori la bottiglia dell’acqua, da cui presi un lungo sorso. Quindi, allungai la mano sinistra verso la cerniera più bassa, dove avevo riposto, per paura di perderlo nel caos della stazione, il mio smartphone; lo afferrai, sbloccai lo schermo ed accedetti a Facebook.

Istantaneamente la stessa coscienza che poc’anzi aveva guidato le dita, mi suggerì che quella era un’azione negativa, capace solo di alimentare i vari veleni che covavano sotto la cenere come braci assopite ma sempre vive. Fu in quel momento che percepii di essere osservato, con un fare invadente e sfacciato. E rimasi interdetto, paralizzato.

Sul sedile alla mia sinistra, oltre il corridoio centrale, era seduta una donna di mezza età, molto trascurata e molto mal vestita, che al primo sguardo riusciva a dimostrare almeno venti anni in più della sua età anagrafica. Sul capo grassoccio erano appiccicati disordinatamente pochi capelli, tinti ormai qualche settimana fa con prodotti di fortuna, irrigiditi da quella che sembrava l’eco di una permanente. Il colore scuro del viso faceva presumere una lunga esposizione al sole, che tuttavia si indovinava essere quello povero delle strade e dei campi, non il cugino ricco che abita i luoghi di vacanza. Indossava una vestaglia nera, da cui sbucavano due polpacci gonfi e in vari punti feriti, che terminavano con calzini leggeri, fino a qualche ora fa bianchi, rinchiusi in neri sandali ortopedici piuttosto lisi.

La donna conficcava senza remore nel mio viso lo sguardo scaturente dai grandi occhi neri cerchiati di rughe e stanchezza. Mi sentivo trafitto nelle profondità più recondite. Il suo atteggiamento non era curiosità, come avrei, a quel punto, desiderato, ma inquisizione. E per l’appunto, da inquisito, avvertivo l’umidità del senso di persecuzione che trasudava sul pavimento del mio io, risaliva dal fondo e si impossessava dei sensi, della coscienza, del mio intero essere. Ero braccato da quelle pupille come da due mastini e al tempo stesso ipnotizzato dalla loro fermezza, al punto che non mi riusciva di fuggire, chiuso in una strana forma di masochistica attesa.

Rimanemmo così, immobili, lei che sapeva già tutto e non aveva più paura di niente ed io che tremavo come la fioca luce di una candela nel freddo di una buia stanza a corrente.

Fu una buca più profonda, presa in pieno dall’autista che scherzava al telefono, a farci trasalire, interrompendo quel pernicioso incantesimo. Intorno a noi si levarono voci di disappunto e mal contenute maledizioni.

Le parole sgorgarono da sole, involontariamente, un’emottisi verbale:

“Quante buche su questa strada!”

Dall’altra parte, il silenzio.

Quel senso di imbarazzo fu animato, oltre che dallo sguardo accusatorio della sconosciuta, anche dalla leggerezza, dalla conclamata incapacità di gestire il silenzio. Sentii il sangue affluire sul viso, i vasi sanguigni delle gote gonfiarsi, gli zigomi scaldarsi. Il caldo afoso mi impediva di distinguere, nella vasta sudorazione di tutto il corpo, quali stille erano dedicate alla calura e quali alla vergogna.

La donna intanto mi guardava e taceva.

Il pullman avanzava sulla provinciale dissestata, lambendo coi finestrini fronde di ginestre, incappando per brevissimi istanti in zone d’ombra che alteravano, agli occhi degli occupanti, le dimensioni dell’abitacolo. Un neonato esausto urlava sui sedili posteriori, sballottato dai movimenti convulsi delle ginocchia di una giovane donna bionda, forse ucraina. Un grasso uomo scuro dormiva, o fingeva, abbandonato sullo schienale divelto, con la bocca aperta e i pochi baffi umidi di escrezioni cutanee.

L’assurdità della situazione e il senso di irrimediabile fatalità mi diedero la sicurezza sufficiente per ripagare la sconosciuta con la stessa moneta. Come un condannato a morte che, ormai giunto a pochi passi dal patibolo, esibisce un coraggio che in realtà è solo la sfrontatezza di chi non ha più da perdere neppure la vita, così io, audace e irragionevole, mi concentrai sulle sue pupille. Mi confortavano la spossatezza e il chiasso.

I movimenti dei muscoli oculari prestati alla messa a fuoco furono lenti abbastanza da dare alla donna il tempo di realizzare che anche io ero capace di sondare gli abissi dell’anima. Fu un istante, ella illimpidì l’espressione e volse lo sguardo alla sua sinistra, oltre il finestrino.

Vedevo il suo volto riflesso sul vetro, concentrato su una pellicola di pensieri che girava al di là del paesaggio. A tratti la donna, con movimenti lenti, si mordeva il labbro inferiore con l’incisivo. Lo sguardo era perso, l’attenzione era fuggita e latitava.

Pensai che la povera tribolata seduta a un metro e mezzo da me aveva i suoi problemi e che non era tenuta a curarsi delle mie timidezze. Mi guardai le mani che negli anni erano invecchiate, la pelle arrossata dai continui lavaggi, la forma pesante, la gestualità dubbia. Percepivo distintamente il cuore pulsare dentro di me: mi ricordava con ostinazione di essere vivo, di appartenere a quella scena come un filo d’erba appartiene a una prateria, come un insetto alla vita.

Intanto il pullman proseguiva la sua corsa, inesorabile come il tempo. Al suo interno le vite procedevano, separate ma anch’esse inesorabili, dirette a raggiungere un destino sconosciuto che non avrebbe potuto essere diverso, inamovibile di fronte alle velleità dei mortali così come a quelle degli dei.

Quel bambino disperato sarebbe diventato un immigrato di seconda o terza generazione, avrebbe fatto il meccanico, l’idraulico. Si sarebbe sposato con una sua connazionale, o con una giovane borghese sbandata, avrebbe avuto dei figli cui procurare il pane e una camera di truciolato dove fare l’amore.

Mentre con gli occhi rivolti al dorso delle mani mi perdevo in tali improbabili supposizioni, sentii dire con una voce ritmata, dal tono basso ma graffiante:

“Che vai al Castiglione?”

Il colpo fu inaspettato. Levai la testa e mi voltai. La donna mi guardava, mi aveva parlato.

La risposta non fu pronta. Dovetti attendere, prima di muovere le labbra, che lo scorrere di un brivido sulla schiena mi ridesse la consapevolezza del presente.

“Si.”

La solita incapacità di gestire i tempi di parola stava tirando fuori dalla mia gola pensieri scomposti, frasi a casaccio. Fortunatamente fu lei, con lo sguardo sempre fermo, a proseguire.

“Cerchi qualcuno?”

Con quella domanda dimostrava di aver compreso molte cose. Innanzitutto che quel posto non mi apparteneva, o comunque non più. Arrivavo in quel luogo come un forestiero, forse mi aveva conosciuto da bambino, chissà. Sicuramente, se ella era del luogo, conosceva i miei antenati e le loro storie. Tuttavia non ero uno di loro, questo era ovvio come che non capitavo lì per caso o futilità. In secondo luogo aveva compreso che ero alla ricerca di qualcuno e, pertanto, che avevo necessità di trovarlo, per adempiere a finalità che non conosceva, ma di cui indovinava l’urgenza. Infine, aveva intuito che il successo dell’impresa non era scontato e che non era detto che il “qualcuno” si sarebbe fatto trovare.

La risposta fu istintiva, non filtrata dalle maglie del pensiero ma scaturente da un certo modo di essere riservato che avevo appreso negli anni, che faceva rispondere all’invadenza con diffidenza.

“No”.

Come era facile immaginare, non fu affatto soddisfatta dalla risposta, e continuò a fissarmi in quel modo che faceva crescere in me l’inquietudine e la confusione.

“Quando arrivi passa al forno, ti aspettano”.

Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. In una frazione di secondo una valanga di pensieri mi sormontò, mostrandomi le ramificazioni delle possibilità, gli eventuali pericoli, le vie di fuga. La coscienza era diventata un centrifugato di dubbi, il cui alto clamore immediatamente equivalse al puro silenzio.

Poi la ragione prese il sopravvento, dando inizio alla processione delle domande: Chi era quella donna? Mi conosceva? Che voleva dirmi? Perseguiva uno scopo? I miei occhi continuarono a fissare i suoi per attimi che sembrarono eterni. Repentinamente l’afa intorno divenne gelo, la piena luce meridiana penombra. Soccombevo davanti a quelle pupille, come il giorno spira nel tramonto. E nonostante ciò mi perdevo in quel gioco assurdo, come un bambino cede alla caramella offerta dallo sconosciuto, conscio di disobbedire ma bramoso di sperimentare il gusto del pericolo.

Intanto lei mi guardava e taceva.

Una banalità, semplice come un respiro, illuminò le mie tenebre: sicuramente si era confusa, scambiando me per qualcun altro.

“Forse mi scambia per qualcun altro signora”.

Una rapida contrazione delle palpebre fece apparire il suo volto più giovane. Ammiccò lievemente, quasi volesse conquistarmi, e in quegli attimi l’ombra di un sorriso si materializzò sulla bocca severa, nella mia immaginazione più avvezza alle maledizioni che alle malie. Rimasi esterrefatto, scioccato. Attendevo come lo stilita il verdetto di Dio, che mi avrebbe riconsegnato, in un modo o nell’altro, alla terra.

“Non sei tu Arturo?”

Il sollievo, la liberazione, la gioia.

“No signora, non mi chiamo Arturo”.

“Mi scusi allora, mi scusi tanto”.

Nuovamente le sue pupille presero fuoco, stringendosi in un’espressione che significava, più o meno, “chi credi di prendere in giro? Il destino ti saprà scovare, per quanto tu provi a nasconderti”. Con un gesto rapido si voltò, quindi chiuse gli occhi e fece finta di assopirsi.

Tuttavia un dubbio mi rimase conficcato nella mente, molesto come una spina: perché mi aveva chiesto se cercavo qualcuno? Se è vero che aveva riconosciuto in me quel tale Arturo, verosimilmente persona a lei non estranea, che senso aveva chiedere conferma sulla mia destinazione? E ancor di più, che senso aveva supporre che cercassi qualcuno? Non seppi darmi delle risposte a quei quesiti e cercai di riporli da una parte, come si fa con gli oggetti che ci danno noia proponendoci ricordi sgraditi. Infine arrivai a dubitare di averne realmente sentito la voce, concludendo di essermi sognato tutto, come sotto l’effetto di un’allucinazione.

Quando il pullman giunse alle porte del paese era ormai quasi pomeriggio. Passammo davanti a un bar, dove alcuni giovani pigri e un paio di pensionati sostavano gettati sulle sedie di plastica come sacchi di spazzatura, muti e inutili. Un gatto maculato bianco e nero attraversò la strada e l’autista non accennò neppure a rallentare, come se quel gatto non esistesse

La fermata del bus era esattamente dove l’avevo intercettata grazie a Google Maps, sul ciglio della strada su cui, a quell’ora, cominciava ad espandersi l’ombra del caseggiato antistante. Con un cigolio il mezzo si fermò e si aprirono le porte, anche se nessuno avesse prenotato la fermata. Afferrai con decisione lo zaino e mi avviai sul corridoio con l’intento di gettarmi nel varco, con la fretta con cui ci si illude di tenere lontana la paura quando ci si tuffa da uno scoglio.

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